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Il terrorista di Berlino è stato 4 anni in carcere in Italia per aver bruciato una scuola, ha 8 identità

Il 24enne tunisino nato nella città di Tataouine, è sospettato di essere l’attentatore di Berlino. Ha otto identità diverse ed è stato in carcere in Italia per quattro anni dopo aver incendiato una scuola. Nonostante ciò era libero di scorrazzare per tutta l’Europa senza problemi. Grazie a Schengen.

Con uno di questi nomi sarebbe arrivato in Italia nel 2012 per poi dirigersi verso la Germania. Un viaggio dell’orrore, tre anni da “jihadista silente” fino a quando due giorni fa ha deciso di mettersi alla guida di un tir e falciare 12 persone nel mercatino di Natale della capitale tedesca.

Il viaggio dall’Italia alla Germania

Dalle prime notizie emerse, i suoi legami con l’Italia e con il terrorismo sono evidenti. Nel 2012 infatti sarebbe sbarcato in Italia. Il suo ingresso in Germania viene invece registrato dallo Stato di Baden-Württemberg (una rotta meno frequentata rispetto a quella della Baviera) fra giugno e luglio del 2015, e lì presenta domanda di asilo politico presentandosi come Ahmed Amri. In questi quattro anni cosa ha fatto? A rivelarlo è suo padre: è stato in galera in Italia. Forse qui che si è radicalizzato, visto che – una volta arrivato in Germania – era stato segnalato come vicino ad alcune reti jihadiste tedesche. Il giovane era già stato arrestato per “reati gravi”, eppure non è mai comparso davanti al giudice in tribunale.

Fermato ma subito rilasciato

Amri avrebbe soggiornato nel centro accoglienza di Kleve, nel Nord Reno Westfalia. La domanda di asilo gli era stata negata, ma aveva ottenuto un permesso di soggiorno momentaneo. Fra i suoi documenti trovati sul camion, infatti, ci sarebbe proprio la cosiddetta “Duldung”, ovvero un atto emesso dalle autorità tedesche che permette di sospendere l’espulsione. Il tunisino era un immigrato “tollerato”, anche se la polizia lo aveva attenzionato da tempo definendolo “pericoloso”. Considerato vicino ad ambienti salafiti, dalle prime ricostruzioni dei media tedeschi si apprende che Anis era riuscito a contattare alcuni islamisti e predicatori radicali residenti in Germania. Tra questi Abu Walaa, un islamista iracheno arrestato a novembre nella città tedesca di Hildesheim (Bassa Sassonia) con l’accusa di reclutare soldati per il Jihad. I servizi segreti tedeschi consideravano Abu Walaa uno dei principali referenti dello Stato Islamico, cui forniva supporto logistico e finanziario. Forse anche per questo lo Stato Islamico ha rivendicato l’attacco a Berlino definendo Anis un suo “soldato”.

A confermare che il 24enne tunisino non era sconosciuto alle forze dell’ordine ci sono altri due fatti inquietanti e che dovranno essere chiariti con maggiore attenzione. Il primo riguarda l’annuncio del ministro dell’Interno edl NordReno Westfalia, Ralf Jaeger, il quale ha ammesso che Anis era stato indagato perché sospettato di preparare gravi attacchi sovversivo contro lo stato: “Le agenzie di sicurezza si erano scambiate conclusioni e informazioni su questa persona con il Centro congiunto anti terrorismo a novembre del 2016”. Ad agosto di quest’anno, invece, era stato fermato a Friedrichshafen con un documento d’identità italiano falso. Ma era stato subito liberato. Perché?.

L’ultima rivelazione, rilasciata dal padre alla radio tunisina Mosaique FM, riguarda ancora l’Italia: sette anni fa aveva lasciato la Tunisia come migrante illegale e ha scontato quattro anni di prigione in Italia perché accusato per un incendio in una scuola. L’emittente riporta che il sospettato ha dei precedenti con la giustizia e che è ricercato dalla polizia di El Oueslatia, nonché che è stato condannato in contumacia a cinque anni di prigione per furto con l’aggravante della violenza

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